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Incisione originale eseguita ad acquaforte ed acquatinta in seppia pubblicata dall’ editore Reycend nel 1817. Dimensioni: il foglio 46,8 cm x 33 cm, alla battuta di lastra 33 cm x 25,2 cm. All’ angolo inferiore sinistro il nome del disegnatore Vancleenputte, a quello destro il nome dell’ incisore Biasioli, quello dell’ editore Reycend al centro. Esemplare con una leggera fioritura ai margini esterni, peraltro in stato di conservazione molto buono.
Bella ed importante incisione, dalle morbide e calde tonalità pittoriche seppiate, animata da alcuni personaggi e da militari sulla destra che controllano l’ entrata e uscita dalla città. Raffigura l’ ingresso in Torino attraverso Porta Nuova situata nell’ attuale incrocio tra via Roma e corso Vittorio Emanuele II. In prospettiva, uno scorcio dell’ antica Via Nuova, sul tracciato dell’ attuale Via Roma, con Palazzo Reale sullo sfondo. L’ ingresso della città era una delle zone più importanti e monumentali dell’ epoca e corrisponde all’ attuale Piazza Carlo Felice. A sinistra si nota il campanile della chiesa di San Carlo e sullo sfondo palazzo Reale. Come in ogni luogo “di frontiera” è ben visibile a sinistra l’ insegna di un locale utile a rifocillare corpo e spirito: “Vino del Paese Birra e Giuoco”. Con il tempo, la via si era progressivamente degradata, tanto che fin dal 1861 si era pensato di ingrandirla, trasformandola in un grande corso abbellito da aiuole e monumenti. Con l’avvento del fascismo il problema si riproponeva in tutta la sua ampiezza: la via non solo era priva di dignità architettonica, ma risultava anche troppo stretta per assolvere ai compiti di rappresentanza che per il solo fatto di chiamarsi “via Roma” le dovevano essere attribuiti: in primis per sostenere tutto l’armamentario di sfilate, parate e raduni «oceanici» che caratterizzò gli anni d’ oro del regime.
Mussolini, nel 1930, trovò una soluzione definitiva al problema stabilendo l’ abbattimento degli edifici della via con l’ edificazione di uno spazio più aulico e di maggior ampiezza adatto alle necessità della nuova urbanistica fascista. I lavori dovevano concludersi nello spazio di otto anni, e quindi al più tardi il 3 luglio 1938.
Bibliografia: Peyrot I, 278; Simeom, D 373.