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In Torino, Per Gio Batista Zappata Stampatore dell’ Illustriss. Città, 1707. In-8° (19,7 cm x 13,6 cm). Pp. (8), 103, (1). Segnatura: ✝4, A-N4. Con 1 grande tavola f.t. incisa su rame ripiegata in fine “Pianta della Cittadella di Torino e delle mura della città ad essa adiacenti con i dintorni, durante le operazioni dell’ assedio del 1706”, in calce, una dettagliata legenda esplicativa su 5 colonne contenente 55 richiami. Solida legatura coeva in piena pergamena, titolo dorato su tassello sul dorso. Un grande fregio inciso al centro del frontespizio. Capolettera e fregi in xilografia. Qualche piccola ed insignificante fioritura marginale, peraltro esemplare in stato di conservazione molto buono.
Prima edizione, assai rara a trovarsi completa della grande tavola finale, dell’ importante primo resoconto a stampa dell’ assedio di Torino del 1706, nel corso della guerra di successione spagnola, venduto nella bottega del libraio Marone in Torino. Quasi contemporaneo agli eventi narrati e frutto di una testimonianza diretta, ci restituisce una cronaca giorno per giorno dell’ assedio francese alla capitale sabauda “che’ esso cambiò le sorti dello Stato Sabaudo”. L’ opera enumera le forze in campo con gran precisione, e le segue nelle varie manovre con pignoleria e ardore da cronista, contiene i regesti degli ufficiali francesi fatti prigionieri e, nelle pp. da 95-103, l’ elenco dei morti e feriti delle truppe cesaree a Lucento, dei morti e feriti di tali truppe nell’ assedio di Torino con innumerevoli figure di soldati ed ufficiali tratteggiate. E’ d’ altronde una cronaca contemporanea, con ancora fresche le ferite ed i dolori sofferti, il primo documento scritto da un testimone oculare e pubblicato sulla città assediata dalle truppe francesi del re Luigi XIV, al comando del duca de La Feuillade. L’ assedio si concluse con la vittoria sabauda e la conseguente liberazione della città, il 7 settembre 1706, da parte del duca Vittorio Amedeo II e del cugino, il principe Eugenio di Savoia.
Il Tarizzo, sacerdote originario di Favria Canavese, nei giorni dell’ assedio francese si trovava ospite nella capitale sabauda e, da testimone diretto, visse in prima persona l’ avvenimento riportando scrupolosamente ogni vicenda e, con il suo modo di narrare, ci restituisce la situazione interna alla città che da tempo si aspettava l’ urto della armate dei marescialli francesi in Piemonte. La Feuillade e Vèndome furono inviati dal re Luigi XIV ad occupare il ducato di Savoia dopo il cambio di campo operato dal duca Vittorio Amedeo II che, dopo quasi quattro anni di lotta a fianco dei franco-iberici, desideroso di sottrarsi alla pesante ingerenza di Luigi XIV, nel 1703 decise coraggiosamente di passare a fianco degli imperiali austriaci. Il libro ha risvolti che raramente si possono trovare in altri testi, proprio perché Tarizzo descrive liberamente, senza censura alcuna e con grande dovizia di particolari, un vissuto cittadino che lo vide in prima persona percorrere ampi spazi di una città stretta nella morsa di un conflitto bellico che travolgeva ed abbracciava emotivamente tutti.
L’ armata francese comandata dal duca De La Feuillade si insedia a Venaria nei primi giorni di agosto 1705 e a settembre si approssima alla capitale con forze insufficienti per l’ impresa alla quale rinuncia a metà ottobre ma il pericolo è solo momentaneamente scongiurato. Durante la pausa invernale Torino si organizza per resistere al nemico. Gli sforzi si concentrano su due fronti: il rafforzamento delle difese e l’accumulazione delle provviste, che sottopongono i torinesi a sacrifici sempre più onerosi e a prestazioni che vengono tollerate con crescente malumore.
In breve tempo circa 44.000 tra soldati, milizie e reparti di mercenari al soldo di Francia, si radunarono per iniziare un assedio che per quasi quattro mesi esporrà gli assediati a tragiche peripezie, i militari che difendevano la capitale sabauda erano solo 10.500.
Il 13 maggio del 1706 le armate francesi, che da tempo erano accampate nella piana di Montanaro ed ai confini di Chivasso, iniziarono i lavori di accerchiamento della capitale approntando due linee d’ assedio che sarebbero servite come basi di partenza nello scavo delle trincee d’ assedio di fronte alla cittadella di Torino, mentre la parte collinare occupata nei primi giorni di maggio assicurava il totale isolamento della città che non poteva più da quel momento procurarsi viveri e vettovaglie trasportate sul Po; solo il monte dei Cappuccini, fortificato e difeso dagli austro piemontesi, garantiva l’ unico accesso a quella parte collinare dalla quale era uscito un contingente di quattromila cavalleggeri al comando dello stesso Duca Vittorio Amedeo II per disturbare con azioni di guerriglia i contingenti francesi che continuavano ad arrivare in massa.
In quei giorni precedenti i primi attacchi alle difese piemontesi si assiste ad un fenomeno che appare a tutti i torinesi come una fausta premonizione: un’ eclissi improvvisa oscura il campo di battaglia mentre nel cielo, diventato di colpo nero come il carbone, si evidenzia la costellazione luminosa del Toro, come se questa, tra i simboli più antichi dell’ umanità, si ergesse a dominare in quel momento la scena incurante del nemico ormai alle porte.
Torino è ormai completamente isolata, il Tarizzo per rendere nota della precarietà in cui si trovano gli assediati, ricorda che i magazzini di Chivasso e Crescentino sono preda francese, come ormai i fiumi Po, Stura e Dora non sono più percorribili dalle chiatte e dai barconi di masserizie che fino a pochi giorni prima rifornivano Torino. Senza possibilità di fuga e sottoposta a continui bombardamenti, la città trasformò la sua Cittadella in un baluardo inespugnabile, così l’ autore descrive quindi il profilo dei responsabili militari sabaudi che avevano il compito di erigere le migliorie che occorrevano in quel momento più appropriate: “V’erano nella cittadella ad esercite la carica d’ingegneria li seguenti . I signori Koprelli alemanno, Person alemanno, Besson, Audiberti, Emanuelli, Arnaù, Arduzio piemontesi”.
Il 17 giugno il duca di Savoia lascia Torino con un grande contingente di cavalleria per meglio operare contro la linea di circonvallazione esterna nemica. “... già avevano i francesi incominciato à 9 di giugno da una batteria di dieci mortari a gittar bombe nella cittadella...”, le bombe non risparmiavano neppure i luoghi sacri e numerosi edifici religiosi furono colpiti. Il 23 giugno gli assediati tentarono una sortita che procurò loro molti danni. Altre sortite furono tentate dai piemontesi, come racconta lo stesso autore con dovizia di particolari nella giornata del 22 luglio. “... il generale Daun… comandò a due capitani dè granatieri d’uscire dalla Porta Susina...”.
Proseguendo nel racconto dell’ assedio Tarizzo apre una parentesi all’ indomani dell’ assalto francese ai salienti principali della cittadella. I francesi scavarono gallerie per minare le fortificazioni della Cittadella, i genieri sabaudi risposero scavando a loro volta per intercettarli, dando vita a una feroce lotta nel sottosuolo. La resistenza si consumò proprio in questo labirinto di gallerie sotterranee, dove i genieri francesi cercavano di farsi strada scavando mine, nella giornata del 25 agosto i minatori piemontesi avevano fatto brillare quattro mine.
Nel racconto si cita anche l’episodio di Pietro Micca, ma privo di quella sacralità successivamente impostata sull’ eroismo del minatore.“…E qui mi si presentano due cose da riflettere amedue grandi per la loro rarità... siasi trovato trà i minatori , uno d’ Andorno per nome Pietro Mica...” che “benchè ignobile di nascita”, apre una finestra sul modo di considerare le persone umili privi di titoli nobiliari.
Uno dei capitoli finali del testo viene dedicato alle tragedie ed ai danni che la popolazione civile subì durante tutta la campagna militare, “...per molto che sia il danno di questi vasti incendiamenti, non sarà mai che poco , ove si ponga in confronto con quello, che anno recato le imperversate licenze delle soldatesche di Francia...”.
Il 7 settembre del 1706 Torino veniva liberata dall’ assedio grazie all’ arrivo sul campo di battaglia del cugino del Duca di Savoia, quel Principe Eugenio di Savoia-Soissons che passerà alla storia come formidabile stratega e coraggioso soldato. L’attacco venne pianificato solo alcuni giorni prima dai due cugini sull’ altura che oggi ospita la Basilica di Superga, in seguito costruita tra il 1717 e il 1731 per adempiere al voto solenne fatto dal duca Vittorio Amedeo II di Savoia che promise di edificare un grandioso monumento alla Madonna se le truppe sabaude fossero uscite vincitrici dal terribile assedio franco-spagnolo, un trionfo epico che cambiò le sorti d’ Europa. Vittorio Amedeo II e il Principe Eugenio fecero il loro ingresso trionfale in una Torino in festa, vittoriosa e libera; questo successo militare e politico segnò il destino dei Savoia. E’ interessante notare come l’ elaborazione in chiave trionfalistica del lungo assedio di Torino ha inizio, già all’indomani della sua conclusione, nelle cronache dei testimoni oculari. Durato 117 giorni, vide 10.500 soldati sabaudi e cittadini resistere a oltre 44.000 truppe francesi, vittoria celebrata nei secoli come l’ evento che pose le basi per la creazione del Regno di Sardegna e l’ unità d’ Italia.
Bibliografia: Bertolotti, vol. 7, p. 232; Bocca, 6163; Centini, Gli assedi di Torino i conflitti armati che hanno cambiato la storia della prima capitale d’ Italia, (2006), p. 90; Clivio, p. 129; Collino, p. 47; Franchetti, Storia della Consolata con illus. critiche e documenti inediti, (1904), p. 259; Lozzi, II, 5412; Gariglio, 1706, l’ assedio di Torino, (2005), p. 246; Manno, Relazione e documenti sull'assedio di Torino nel 1706, (1878), p. 183, 26 “Per questo lavoro, pubblicato nei primi di settembre, il Tarizzo ebbe (9 luglio 1707) la cittadinanza torinese ed un regalo dal Municipio di 25 doppie (11 settembre)”; Peyrot, I, n. 98; Platneriana, p. 388: “Raro”; Predari, Storia politica, civile, militare della dinastia di Savoia dalle prime origini a Vittorio Emanuele II, (1868), p. 174; Ricuperati, Storia di Torino, (2002), vol. 4, p. 759; Theodoli, p. 6, 1686.